L'attivazione



La rabbia per quel goal mancato, per un soffio! La paura appena prima di battere la seconda di servizio; la gioia di tagliare il traguardo, il disgusto quando il volteggio in gara non corrisponde alle aspettative in allenamento.

Le emozioni, lo sappiamo bene, giocano un ruolo fondamentale nella prestazione sportiva di ogni grande atleta. Arriva un momento, infatti, in cui non importa quanto duramente vi siate allenati o quanto preparati siate nella tecnica o nella tattica di gioco: ve la giocate tutta nella “gestione” dell’emozioni. E proprio di “gestione”, “controllo”, “canalizzazione” delle emozioni si parla tanto e spesso, soprattutto nei contesti prestazionali. Ma che cosa si intende esattamente? Eh si: sembra molto semplice pensare “trasforma la tua rabbia in grinta”; ma è un po’ meno facile farlo quando le gambe non rispondono ai comandi e rimangono saldamente ancorate al terreno.

Per approfondire bene questo concetto, dobbiamo partire, appunto, dalle basi: le emozioni.

Ogni emozione, infatti, si definisce in termini di valenza (piacevolezza o spiacevolezza) e attivazione. Quest’ultima fa riferimento all’intensità con cui proviamo una determinata emozione: dalla calma estrema all’ansia che ci fa battere il cuore e desiderare di scappare dal campo in dieci secondi netti. Prima di ogni prestazione, il corpo si prepara, testualmente si “attiva”, inducendo una serie di adattamenti fisiologici, muscolari e sensoriali: la postura si raddrizza, i muscoli sono tesi e scattanti pronti per sostenere lo sforzo fisico; i sensi si acuiscono per captare ogni stimolo esterno ed essere pronti a rispondere. Insomma: il corpo è una macchina perfetta e ci indica esattamente come muoverci per sostenere lo sforzo fisico (e mentale!) della competizione.


Il livello di attivazione viene spesso rappresentato come una curva, che cambia spesso prima e durante la gara o la partita: vi è mai successo di passare improvvisamente dal sentirvi molto dinamici e carichi al non riuscire a muovere neanche il braccio per la paura? Da un momento all’altro l’energia cala e tutto quello che vorreste fare è essere altrove: ecco, quello è il livello più basso di attivazione, in termini “tecnici” si definisce ipoattivazione.

A questo livello di attivazione la prestazione è molto scarsa: quello che si percepisce è stanchezza, apatia, scarsa motivazione, burn out. Insomma: è sicuramente poco funzionale al gioco!

Sappiamo già cosa state pensando: se essere così poco attivati è inutile per la mia performance, allora devo cercare sicuramente di massimizzare il mio livello di attivazione. “Quello sì, che mi permetterà di giocare al massimo!” Questo livello “massimo” effettivamente esiste e si chiama iperattivazione. Non è, però, proprio quello che credete: questa è la fase dell’ansia eccessiva, quella che ci fa desiderare di scappare dal campo o che ci fa battere il cuore fuori dal petto. È quella della sudorazione che fa scivolare la racchetta dalla mano, dei tremori prima di battere, delle gambe molli ai blocchi di partenza. Come potete immaginare, se l’ipoattivazione è piuttosto inutile nella performance, anche l’iperattivazione non è da meno.

Entrambe queste dimensioni della curva di attivazione sono infatti degli “estremi” poco funzionali alla prestazione dell’atleta. Ed ecco perché l’attivazione (corretta!) gioca un ruolo fondamentale: perché permette di trovare l’intensità adatta per giocare al meglio delle nostre capacità. In fondo, chi studia latino lo sa bene: “in medio stat virtus!”


Trovare il giusto livello di attivazione passa attraverso un lungo processo di consapevolezza e ascolto delle sensazioni personali. È necessario dapprima identificare quale sia il range ottimale di intensità per ciascuno di noi: badate bene che le differenze personali sono infinite!

In secondo luogo, è importante modularlo attraverso opportune strategie: di attivazione, quando ci sentiamo “ipoattivati” o “scarichi” e di disattivazione, quando l’ansia, la frenesia e le palpitazioni ci divorano e siamo dunque “iperattivati”.

La respirazione è una tecnica molto valida in entrambe le situazioni: per essere eseguita correttamente deve innanzitutto essere diaframmatica (eseguita quindi sfruttando l’azione di questo muscolo, piuttosto che il movimento del petto) e seguire determinati ritmi di inspirazione ed espirazione. Nello specifico, per “attivarsi” il respiro è molto veloce: due secondi per inspirare, e un secondo per espirare. Al contrario, nella respirazione volta al “disattivarsi” i secondi impiegati nell’inspirazione sono tre e quelli rivolti all’espirazione sei.

Tra altre strategie di disattivazione troviamo il rilassamento muscolare di Jacobson, che, come suggerisce il nome, sfrutta l’attività dei muscoli per indurre sensazioni calmanti. I saltelli, gli scatti, le pacche sulle gambe sono invece esempi di tecniche di attivazione.


In conclusione, aldilà della specificità di ogni metodo, la vera difficoltà dell’atleta sta proprio nell’identificare l’intervallo di attivazione adeguato alla migliore prestazione sportiva.

Per farlo è fondamentale allenarsi, sperimentarsi e mettersi in gioco continuamente.

109 visualizzazioni0 commenti